Asado vs Wurstel

Non so se avete una vaga idea di cosa sia il concetto di ‘determinismo familiare’. Beh, mettiamola così: è la tendenza a valutare ogni situazione non oggettivamente, ma in base al proprio tornaconto o interesse personale. Cioè, fatevela andare bene come spiegazione, perché l’esame di Sociologia l’ho fatto nel 1993 e non ho certo intenzione di andare a scartabellare fra gli appunti che prendevo (distrattamente) mentre ammiravo le morbide forme post-adolescenziali delle matricole in gonnellina sedute davanti a me nell’Aula Magna.

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Non può piovere per sempre. Domani è un altro giorno. Finché c’è vita c’è speranza. La prima regola del Fight Club, è che non si parla mai del Fight Club. Insomma potevo scegliere migliaia di citazioni cinematografiche generiche per introdurre Milan-Chievo, una di quelle partite in cui finalmente ci siamo decisi senza se e senza ma a fare quello che sarebbe ovvio quando s’incontra la quart’ultima del campionato: cioè vincere, portare a casa i tre punti, possibilmente archiviando la pratica senza dover aver le palpitazioni durante i minuti di recupero.

E, incredibile ma vero, per una volta è andata proprio così. Roba da non crederci. Mentre lo speaker si polverizza il diaframma nel leggere le formazioni, ci sediamo comodi comodi carichi di fiducia, anche se sentire che dietro partiamo con Bonera-Zaccardo-Rami-Emanuelson non è esattamente come recitare la filastrocca Mauro-Franco-Billy-Paolo che tanto ci ha rassicurato in gioventù.

Ma tant’è. Il clima mite, il sabato sera, il sabato del villaggio, la vittoria (totalmente insperata, diciamocelo) di Firenze ha instillato un ottimismo che ci mette appena tre minuti a sbocciare: Rami ci ricorda che quella specie di passaggio che parte dalla fascia verso la difesa avversaria non si chiama: “centra in pieno la schiena del difensore”, ma “cross” e piazza una palla al bacio, Balo la incrocia. Gol. 1 a 0 palla al centro. Alè.

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George re della giungla

BobanWeah

 

Quante volte l’abbiamo scritto! La primavera 1999 fu particolarmente dolce per noi milanisti. In quei mesi uno dei Milan più scalcagnati che si ricordino – quello degli Zaccheroni, Guglielminpietro, Gigi Sala e Bruno N’Gotty – riuscì a vincere un clamoroso scudetto di rimonta sulla fortissima Lazio di Vieri, Nedved, Salas e tanti altri ancora; con (nell’ordine) moltissima fortuna, molto coraggio e un bel po’ di spirito d’improvvisazione. Come andò quell’incredibile rush finale scandito da sette vittorie consecutive? Partì con un soffertissimo 2-1 in rimonta sul Parma, proseguì con due allegre scorribande nel Triveneto (1-5 a Udine, 0-2 a Vicenza) e passò per il mitologico 3-2 contro la Sampdoria, autogol di Castellini al 95′ (ne abbiamo scritto ad agosto qui). La Lazio aveva smarrito sei punti tra derby e Juve ma conservava ancora un punticino di vantaggio, e gli ultimi 270 minuti furono vissuti col cuore in gola e la radiolina all’orecchio. Read the rest of this entry

Terapia di gruppo – LAZIO

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DOPPIO PALO (di Giuseppe Pastore)
Una delle prime cose che mi viene in mente pensando alla Lazio è la celebre rimonta del Milan di Zaccheroni, ai danni di una squadra molto più forte di noi, che si accasciò per troppa paura, stanchezza e fortuna altrui a poche centinaia di metri dal traguardo. Ma forse non è la prima, perché prima ho confusi flash infantili di un vecchio album Panini dominati da un grande attaccante, Beppe Signori. Fu a lui che vidi riuscire per la prima volta un numero da circo, in un Lazio-Borussia Dortmund di coppa Uefa: gran sinistro, palo pieno, palla che ballonzola sulla linea di porta, colpisce l’altro palo e poi esce. Errore d’autore, un Gronchi Rosa riservato ai grandissimi; tante volte c’ho provato, non ci sono mai riuscito neanche per sbaglio.

RADIOLINA (di Samueltron)
La radiolina gialla di mio padre. La copertura dell’altoparlante dopo un paio di riparazioni di fortuna era venuta via definitivamente. Mi divertivo a osservare il movimento a ritmo di basso della chiamiamola cassa. Quella sera però non usciva musica dalla radiolina vintage. Quella sera Ganz prese una traversa. Bierhoff sbaglió l’impossibile. (Le successive immagini tv amplificarono maggiormente ciò che la mia immaginazione poté concepire) 2 brividi per 2 occasioni capitate a Salas. Per il resto solo noi. Gol annullato a Weah che esulto per un quarto d’ora prima di accorgersi del gioco fermo. Poi ancora Milan ma nulla. Siamo al 92′. Immaginate di ascoltare la radio. Weah mette una palla rasoterra da sinistra verso destra al limite dell’area. Leonardo tira… Cccccccccrrrrccchhhhhhccccccchhhcccr… Segnale perso? Radio rotta? Che succede? Scosto l’orecchio e osservo l’aggeggio elettronico in cerca di una risposta… Il ccccrreeecchhhhhhhrrcchh era l’esultanza di San Siro. Il Milan era in vantaggio. Aveva segnato Leonardo. Vincemmo 1-0. Vincemmo pure lo scudetto.

TRAUMA INFANTILE (di Gabriele Battaglia)
La Lazio è un trauma infantile che mi ha rivelato due cose: primo, il Milan mi avrebbe reso la vita impossibile; secondo, non avrei mai più ascoltato “90°minuto”. Stagione 1972-’73, quella che riuscimmo a buttare via solo grazie alla “fatal Verona”, Lazio-Milan 2-1: 5′ aut. Schnellinger, 35′ Chinaglia, 56′ Rivera, recitano le cronache. Il Milan attaccava disperato e io ricordo questa radiolina che veniva a turbare il torpore della domenica pomeriggio, non lasciando speranze. Dentro c’erano degli esagitati che gridavano: “Niente da fare… ancora pochi minuti… ancora niente da fare!” e io non potevo vedere nulla. Nel Milan giocava uno che si chiamava Dolci. Ricordo il suo nome che mi rimbombava nella testa. Come si fa a battere la Lazio di Chinaglia con uno che si chama Dolci?
Lì, ho avvertito per la prima volta che il Milan sarebbe stato una schiavitù più che un amore. E da allora, 90° Minuto è per me sinonimo di sofferenza e abbruttimento.

CLICHE’ (di Paolo Madeddu)
I miei ricordi infantili della Lazio sono molto vaghi: sapevo che era di Roma, anche se il nome aveva qualcosa di strano (“LA” Lazio?) (come “IL” Lombardia? “IL” Campania?). Che era forte, vinceva gli scudetti (mica come noi. E mica come la Roma), che c’era Chinaglia, e Re Cecconi che era morto in modo fantasmagorico, e ogni tanto si sentiva nominare Vincenzino D’Amico (mai come oggi, comunque). Poi negli anni l’ho vista andare in serie B (questo sì, come noi) e tornare su, e tornare giù e farne di ogni. Però la prima cosa che mi evoca LA Lazio è una persona piuttosto carina, bionda, con gli occhi azzurri e con la quale ho avuto una brevissima storia giovanile, metà della quale (cioè cinque giorni) passata rotolando nei cliché. “Voi milanesi siete così” “Non dire sciocchezze, siete voi romani che siete cosà” “Che ne vuoi capì, con la roba che mangiate voi” “Benvenuta in Italia – noi pronunciamo roba con una b sola, non nove” “Ciaete solo a nebbia” “Seh, e voi pensate solo a magnà”. Ma il cliché più esplosivo era: “Noi d’aa Latzie, tutti fascisti, certo, a ridaje”. “Cosa ti devo dire, forse quei signori in biancoceleste che ho visto in curva a San Siro avevano un gran bisogno di sgranchirsi il braccio destro”. “Eccheppalle, sti luoghi comuni. Che tra i romanisti nun ce stanno fiji de papà o coatti cor fascio sul motorino?” “Ma sì, chi se ne frega. Cosa facciamo stasera?” “Ce sta un posto fighissimo, novo, dove possiamo annà a magnà!”
L’ho trovata su Facebook. Si tiene molto bene, vestiti, collane, forse anche un pochino di botulino. Da anni è nello staff di Alemanno.

Terapia di gruppo – Udinese

 

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CAPOCCIATA (di Giuseppe Pastore)
Un po’ come Bergamo, un po’ come Piacenza, Udine è un’altra di quelle città che al sottoscritto da piccino dicevano poco e niente; l’unica sua ragione d’essere era per via della squadra che giocava in serie A (potrà sembrarvi una cosa da niente, ma è uno dei modi migliori per imparare la geografia). Peraltro il dubbio sopravvive ancora oggi: per cosa è mai stata famosa Udine al di là di Zico, Abel Balbo, Zaccheroni, il Pampa Sosa e Totò Di Natale? Mai una Battaglia di Udine, mai un Festival di Udine, mai un delitto di Udine, mai neanche una canzone ambientata a Udine (a parte il memorabile esordio a Sanremo di Laura Pausini – vabbè, ‘na cazzata). Quindi per me Udine sarà sempre e solamente nella stessa, identica azione: cross da fondo di Jonathan Bachini e capocciata definitiva di Oliver Bierhoff, come quella che per prima stese l’Inter di Ronaldo.
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Un pomeriggio di beatitUdine

Big Zac

Non segniamo neanche a spingere? Constant è sinistramente somigliante a Vampeta? Antonini vi dà sempre l’idea di essere quello scarso rimediato all’ultimo minuto per il calcetto? Fortunatamente, facciamo pur sempre il tifo per una squadra con un passato che consente viaggi dall’effetto più balsamico dell’LSD. E allora via, solo andata, senza scalo alcuno: Udine, 18 aprile 1999, uno dei pomeriggi più gloriosi dei nostri anni ’90.

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